Swing su tela

Ballo, musica e arti visive

In questo periodo di pausa dalle piste da ballo ci si trova a dover guardare la nostra passione per lo swing e il lindy hop un po’ da lontano, nell’attesa di tornare a rivivere di persona la vivacità che li contraddistingue. E se, nel frattempo, la si potesse percepire e rivisitare anche attraverso i sensi dell’arte? Una ricerca tra le arti visive americane ci conduce in un percorso di colori, realismo e vitalità che invadono le opere di alcuni tra i più celebri artisti degli anni Trenta e Quaranta, fotografie dipinte di quell’energia dello swing che conosciamo anche oggi.

NIGHT CLUB MAP OF 1930S HARLEM (1932, E. SIMMS CAMPBELL). Campbell fu un celebre fumettista e illustratore afro-americano; dopo essersi diplomato al Chicago Art Institute, i suoi bozzetti gli fruttano un’occupazione in uno studio artistico di St. Louis, per poi raggiungere New York nel 1929. Nell’affollato e tumultuoso ambiente della Grande Mela, i progetti di Campbell furono pubblicati in alcune edizioni di Life e The New Yorker, fino ad approdare su Esquire (famosa rivista fondata nel 1933), rendendo l’artista il primo illustratore di colore a pubblicare periodicamente su un magazine di tiratura nazionale.

Una delle sue illustrazioni più celebri è Night-Club Map of 1930s Harlem, grazie alla quale sembra quasi di poter rivivere l’esuberante vitalità del quartiere afro-americano ai tempi del Savoy Ballroom, di Bill “Bojangles” e dell’ “Hi de hi de hi de ho” di Cab Calloway.

A Night Club Map of Harlem, 1932, E. Campbell

Tuttavia, Campbell non si limitò a disegnare una mappa che oggi tutti gli appassionati di swing possono ancora oggi ammirare: l’artista fu un grande osservatore della società dell’epoca, il che lo condusse a rappresentare anche le passioni del periodo strettamente connesse ai night-club, tra cui il ballo e -dunque- anche il lindy hop, che interpretò in una serie di illustrazioni ad acquerello.

SAVOY BALLROOM, HARLEM (1934, EDWUARD BURRA). Burra visitò Harlem per la prima volta nel 1933, viaggiando assieme alla pittrice Sophie Fedorovich e alla fotografa Olivia Wyndham, ospitato nel quartiere dall’attrice Edna Thomas. Soprattutto grazie all’amicizia con la Wyndham, ben inserita nella comunità di Harlem, Burra cominciò presto a sperimentare la realtà multiculturale della zona, partecipando spesso alla sua grondante vita notturna. L’attrazione per la vita urbana, il ballo e la comunità nera, trovarono in Burra un unico denominatore quando, per la prima volta, visitò il Savoy Ballroom:

“We went to the Savoy Dance Hall the other night you would go mad I’ve never in my life seen such a display… I’ve never seen such wonderful dancing...” (E. Burra)

Nell’opera “Savoy Ballroom, Harlem” è possibile riscontrare sia l’attenzione al dettaglio che caratterizza i lavori dell’artista, sia l’entusiasmo nel percepire e restituire una scena animata e densa su più livelli di osservazione. Fedele al proprio stile, Burra non trasformò nessun soggetto in caricatura, in controtendenza con il clima razziale di quel periodo.

"Savoy Ballroom, Harlem", 1934, E. Burra, acquerello e gouache

SAVOY BALLROOM (1931, REGINALD MARSH). Marsh fu un pittore americano conosciuto per il suo vivo interesse nella società degli anni Venti e della Grande Depressione. Interpretò il reale con colori ad olio, acquerelli e inchiostro, focalizzandosi in particolare anche sulla vita notturna e l’intrattenimento, e riproducendo spesso scene affollate e movimentate che, naturalmente, trovavano un riflesso quasi ovvio nello spirito partecipativo ed energico dei locali serali.

In quest’opera, vivida e satura di energia, compressione e ballo, Marsh ridona la sua visione del Savoy Ballroom (sebbene non sia l’unica sua rappresentazione del locale). Se si viaggia con la fantasia è possibile immaginare che Frankie Manning vide la stessa intensa immagine la prima volta che mise piede al Savoy.

"Savoy Ballroom", 1931, R. Marsh, tempera su masonite 

DANCING AT THE SAVOY (1940, DON FREEMAN). Don Freeman fu un illustratore californiano che si trasferì a New York sul finire degli anni Venti, poco prima del crollo di Wall Street; era famoso per immortalare l’intensa vita cittadina che lo circondava sul suo immancabile taccuino, traboccante di schizzi e bozzetti che raffiguravano i volti delle persone che incontrava nei teatri, per strada, o nei circhi. Un fatto curioso è che Freeman non si limitava all’arte visiva, ma anche a quella musicale: era infatti un musicista jazz, che riuscì a pagarsi il viaggio verso la frenetica metropoli proprio suonando con l’orchestra della nave che lo accompagnò. Forse proprio questo particolare spiegherebbe la sua empatia nel dipingere l’opera in cui catturò la vitalità e il colorato dinamismo del Savoy Ballroom di Harlem, niente meno che la culla del lindy hop e la casa dei piedi felici”.

"Dancing at the Savoy", 1940, D. Freeman, olio su tavola 

 

 

La Fosca 

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